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Il “Punto” di non ritorno


Il “Punto” di non ritorno

L’economia impone cambiamenti epocali, per esempio, quando ci fu la grande epidemia di peste bovina, ci si volse al mare. Nacquero nuovi cantieri navali, ci fu richiesta di nuove specializzazioni per la pesca, molti giovani vennero indirizzati alle scuole nautiche, si armarono flotte, si attrezzarono porti.

La società, quando ascolta i segnali, propone soluzioni e guardando avanti si attrezza per dare risposte. Se si tiene conto dell’attuale cambiamento in corso nella nostra disastrata economia, si può notare che sarà sempre più difficile, per molti strati sociali, l’acquisto di automezzi nuovi. Quindi sarà sempre più necessario, forse indispensabile: ripristinare l’usato. Questo deve essere sfuggito ai nostri rappresentanti sindacali, visto lo scarso entusiasmo dimostrato nel difenderci dalle invadenze di chi crede, facile preda, l’autoriparazione.

La mobilità acquisita con l’automezzo, da vari strati sociali della popolazione, è irrinunciabile.

Il possesso di un automezzo sopperisce a diverse necessità, e va ben oltre l’utilizzo specifico quotidiano, ne usufruisce il tempo libero, attesta prestigio sociale ai possessori del mezzo. Quindi è prevedibile che il futuro riservi, all’autoriparazione, una attenzione economica importante e ci sia una grande opportunità occupazionale per molte persone.

Un recupero, dopo le ubriacature delle rottamazioni: con immani sprechi di risorse economiche a vantaggio dei capitali dei soliti “pochi”. E cosa scoprirà, nel mercato, questa nuova necessità: auto-riparatori avviliti, taglieggiati da burocrazie ripetitive inutili, prescrizioni nate per l’industria e non adattate alla modestia dei piccoli artigiani. Valenti imprenditori tartassati, tra i quali aleggia sempre di più una “disperazione solitaria”, vista l’assenza di qualsiasi difesa sindacale “efficace”, anzi in alcuni casi “partecipe” alla divisione dei “bottini”: prescrittivi, certificativi e a volte truffaldini; vedi il Sistri.

Stanno soccombendo, sotto i colpi dell’arrembaggio (dei nuovi gruppi monopolistici assicurativi), le tracce dell’orgoglio di una appartenenza a pieno titolo, al mondo produttivo. Cosa di cui si andava fieri nel recente passato. Siamo quasi sepolti dalle macerie di un “individualismo tariffario” disorganizzato, lasciato scorrere pigramente verso una sconfitta storica dell’artigianato nazionale.

E le forze ufficiali a difesa che la dovrebbero contrastare, con la loro ignavia, la fanno apparire sempre più irreversibile.

Non è apparso chiaro perché non denunciato agli auto-riparatori, per via di manovre congiunte sotterranee, che la rottura delle precedenti convenzioni e regole sindacali, hanno avuto un effetto nel nostro mercato, come lo è stato per l’economia mondiale l’abbandono della parità aurea del dollaro. Non si è tenuto conto, nonostante moltissimi avvertimenti, che l’accordo truffa tra le Confederazioni e l’A.N.I.A., aveva nel suo interno, con le fasce tariffarie, la chiave di volta per scardinare la solidarietà artigiana: e se ne vede oggi il risultato.

La “fiduciarietà” nasce dal tramonto del diritto all’autonomia, e la fine di uno status sociale completa la sconfitta di un orgoglio e di una interiorità di cui si andava fieri; barattata con dividendi azionari elargiti dai nostri carnefici, ai nostri “difensori”. Siamo sempre più disorientati, anche per via delle “scusanti” all’inerzia: che viene giustificata dal dovere di assistere anche i crumiri. Il paradosso consiste nell’osservare, che prima si abbandonano  a se stesse e senza direzione le imprese poi si giustifica il sostegno ai crumiri, come normale assistenza sindacale: i Padri Fondatori si stanno rivoltando nella tomba.

Chi non ha firmato gli accordi capestro, sta rischiando di essere espulso, dal diritto imprenditoriale di partecipare alla distribuzione delle risorse del mercato; di esser privato dei vantaggi resi dai sacrifici dell’operosità, dai riconoscimenti normalmente attribuiti alle imprese artigiane ed ai lavoratori autonomi.

La “tutela” originaria dell’autonomia, si è sempre fatta carico  dell’idea, che vi fosse un unico principio, (o un unico sistema coerente di principi) atti a definire la giustizia distributiva delle risorse dell’operosità in base ai meriti: in ogni epoca e in ogni luogo. E ancora, i risultati economici dei benefici sociali generati o procurati dal servizio all’automobilista, sarebbero dovuti essere distribuiti in conformità dell’utilizzo: da parte delle comunità circostanti, attori principali nel mercato.

Mentre nel contesto, che si è lasciato invadere da forze estranèe l’artigianato, le attività dei lavoratori artigiani producono benefici diventati appannaggio di “altri”, e vengono inseriti in sfere distributive di compensi “esterne”. In questo modo, con abuso di posizione dominante (il capitale), e con antiche contrapposizioni tra lavoratori, (coi crumiri), sono espropriati i precedenti principi distributivi egualitari delle risorse. Vengono così applicati, a loro modo e da speculatori, con metodi diversi dall’usuale diritto all’autonomia, le distribuzioni di commesse di lavoro: dividi e impera.

Si sta tentando, con l’utilizzo dei crumiri, di sopprimere la teoria che dominava “l’agire”, della rappresentanza e tutela delle imprese artigiane, la quale consisteva nell’assunto che per le “giuste ragioni” le opere venissero compensate, indifferentemente dalla grandezza dell’officina. Questo confermava, semmai ce ne fosse stato bisogno, il diritto alla compensazione equa, per qualsiasi entità del servizio all’automobilista. Teorie che poi giustificavano l’esistenza delle “rappresentanze sindacali”!

Il risultato delle esperienze del passato, consisteva in una sostanziale”uguaglianza complessa”.

Per una maggior comprensione, è possibile rammentare la precedente positiva sperimentazione nel mercato, quando il servizio, pur essendo diverso ed eterogeneo, era sparso nel medesimo territorio ma con un riferimento tariffario unico,e non c’erano timori di concorrenze sleali al ribasso. C’è da chiedersi se sono stati sufficientemente ribaditi, quei comportamenti, che erano la forza di tutti; in   quanto l’interesse di un’impresa, non limitava il diritto alla sopravvivenza dell’altra, nessuno poteva dirottare impunemente clientele per controllare il mercato. Creando “bersagli” per disperazioni: come potrebbe essere avvenuto a Milano, con l’incendio di una carrozzeria.

In conclusione l’auspicio è che ciascuno, nel suo ambito, riprenda il suo ruolo rapidamente: prima che sia tardi.

La redazione

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